Seleziona una pagina

OLDIES BUT GOLDIES

di Andrea Bonamigo

Cari Guitar-Nauti,

torna “Oldies but Goldies”!

Andrea Bonamigo, che definirei il nostro rigattiere e antiquario musicale di fiducia, ci racconta le meraviglie della strumentazione di nicchia del passato, dal vintage classico agli strumenti etnici non convenzionali. Io per primo sono curiosissimo di vedere ogni volta cosa ci propone. Buona lettura! – Claudio.

——————————————————————————————————————————————————————————————–

 

IL SITAR: VADEMECUM PER UN RAPPORTO PACIFICO

CON IL CHITARRISTA

 

 

Fammi indovinare: recentemente hai ascoltato Rubber Soul o Revolver dei Beatles, e questo articolo ha attirato la tua attenzione!
E magari hai buttato pure un occhio su eBay, tentato nel dare una svolta alle tue sonorità con delle influenze esotiche. In quest’ultimo caso direi proprio che hai trovato l’articolo giusto: ci muoveremo approfonditamente tra storia e anatomia dello strumento, nelle sue affinità e divergenze rispetto ai cordofoni occidentali che siamo abituati a maneggiare e sentire. Chitarra in primis!

 

 

STORIA IN PILLOLE

Partiamo con una curiosità: sono più le affinità tra le nostre chitarre e il suo antenato, il setar, piuttosto che con il sitar stesso! Studi infatti identificano il sitar come strumento d’importazione, precisamente dalla Persia, figlio dell’iraniano setar: uno strumento a tre o quattro corde con la particolarità di avere dei tasti mobili – chiamati fregi – e dal corpo a goccia, assimilabile alla grande famiglia dei liuti e dall’anatomia a noi più familiare.

 

Setar

Il setar, antenato del sitar (fonte: irancultura.it) 

Frutto quindi di molte commistioni, si stima il Sitar abbia poi trovato la sua forma attuale durante il Medioevo Indiano, con più ampi reperti a partire dal XVI secolo da cui è possibile appurare l’attuale anatomia dello strumento. È a partire da questo periodo storico che il Sitar trova il suo ruolo da protagonista nel folklore Indiano, polarizzando così tanto l’immaginario collettivo da far passare spesso inosservati molti altri strumenti cordofoni che caratterizzano la ricca tradizione Indiana.

In occidente, poi, uno storico capitolo immortala il sitar nell’immaginario di tutti noi: il viaggio in India dei Beatles, di cui George Harrison fu sicuramente il più suggestionato a seguito della conoscenza del maestro Ravi Shankar, di cui farà tesoro a partire dal 1965 con Norwegian Wood, nell’album Rubber Soul. Un episodio non isolato: altre saranno le incursioni indiane nella discografia dei Beatles, come nel caso di Within You/Without You di Sgt. Pepper’s e Tomorrow Never Knows da Revolver.

Lo stesso Ravi Shankar, guadagnatosi il fortunato appellativo di Godfather of World Music dallo stesso Harrison, inizierà una carriera anche al di fuori dei suoi confini nazionali, arrivando fino a Woodstock e rappresentando un importante ponte culturale tra oriente e occidente.

 

George Harrison With Ravi Shankar

George Harrison con Ravi Shankar (fonte: nme.com)

 

 

ANATOMIA

Partiamo dall’aspetto sicuramente più bizzarro, almeno agli occhi di noi occidentali, dell’anatomia dello strumento: la generosa quantità di corde, solitamente 18, disposte su due “piani”! La foto allegata toglierà ogni dubbio sulla curiosa disposizione delle corde a due altezze diverse e, conseguentemente, con due ponti dedicati.
Due gruppi di corde quindi, disposte a due diversi ruoli: delle corde attive e delle corde passive. O meglio simpatetiche: le 12 corde poste più in basso e passanti sotto i tasti (!), che non vengono pizzicate bensì risuonano assorbendo le vibrazioni delle corde principali, creando un leggero accompagnamento ad armonia fissa (bordone) sullo stile di strumenti quali la cornamusa o la ghironda.

I due strati di corde, con i due ponti dedicati che occupano due altezze.

 

Già, armonia fissa: risiede qui il più grande limite dello strumento, quantomeno da una prospettiva occidentale. Queste corde sono accordate seguendo vari gradi di un singolo accordo – comunemente il Do diesis – che quindi esortano l’esecutore a spostarsi, per lo più melodicamente, entro tale accordo. Questo compito spetta quindi alle corde del “piano superiore”, che potranno interpretare il bordone in svariate scale. Per chi è avvezzo alle scale modali, poi, sappiate che il sitar va ghiotto di Misolidio ma saprà mettere alla prova le vostre scale nei modi più disparati, vedremo dopo perché.

Il body del sitar è tradizionalmente ricavato da una zucca tagliata a metà, chiusa da un sottile top in legno su cui poggiano i due ponti. Dal manico si sviluppano poi i tasti, altro tra gli aspetti più bizzarri dello strumento: arcuati e legati alle estremità, non essendo incollati al manico risulteranno mobili per possibili correzioni nell’ottavatura.

Alcuni modelli di qualità superiore presenteranno una zucca posta anche in cima al manico: è una seconda cassa di risonanza, spesso rimovibile, mirata ad aumentare il volume dello strumento.

 

Sitar a Doppia Zucca

Un sitar a doppia zucca (fonte: Wikipedia)

 

 

CONSIGLI

Una doverosa premessa per il chitarrista che valuta l’acquisto dello strumento: saranno ben poche le trasposizioni chitarristiche sul sitar! La tipica conformazione dello strumento, che porta ad avere un’azione delle corde MOLTO alta, renderà impossibile trasporre svariate tecniche e posture chitarristiche. Sarebbe del resto fuorviante nei confronti di uno strumento che, per quanto inizialmente possa risultare un po’ ostico, porta con sé una forte personalità frutto di un’importante cultura radicata nei secoli, a cui quindi è doveroso rapportarsi con una buona dose di umiltà.

Divertenti, in compenso, saranno i bending: per via dei tasti arcuati sarà, per il chitarrista, l’equivalente della gravità lunare!

Altro fattore straniante, l’assenza di alcuni tasti: il sitar è privo della progressione cromatica a cui siamo abituati, e ogni 4/5 tasti ne troverete uno mancante che vi farà saltare direttamente di un tono. Questo particolare è da attribuirsi alle scale tradizionali indiane, che non prevedono l’estensione occidentale ma che proprio per questo potrebbero portare nuove stimolanti sfide, intorno a scale modali ed esotiche per raggirare “l’ostacolo”.

Doveroso infine essere generosi con la custodia: diffidate da custodie leggere o morbide (talvolta in India vengono venduti con custodie di cartone pressato!), in quanto il body in zucca è molto fragile. Conosco chi ha visto arrivarsi un sitar con la zucca sfondata dopo aver attraversato mezzo globo…

 

 

DELLE CURIOSE ALTERNATIVE…

Se tutte le caratteristiche elencate vi hanno suscitato una certa inquietudine, ma siete ancora suggestionati dal tipico suono vibrante del sitar, potrei aver per voi qualche scorciatoia… Magari meno d’impatto visivo e più “bischera” agli occhi dei puritani, ma che vi permetterà di non rinunciare a nessuno dei comfort della teoria musicale occidentale.

Questo per un semplice motivo: rimaniamo nelle chitarre vere e proprie, sfruttando però un curioso ponte che vi permetterà di convertire lo strumento in virtù di quell’effetto unico di vibrazione della corda reso noto dal sitar. Questo tipo di ponte, il cui più famoso kit di conversione è disponibile per le chitarre Danelectro, possiede infatti una forma che accompagna la corda anzichè metterla in tensione da una posizione perpendicolare, conferendo la particolare risonanza e, al contempo, permettendovi di vivere il manico della chitarra nella sua completezza. Meno diffusi, ma non impossibili da trovare i kit di conversione per modelli di chitarra più comuni quali Telecaster e Stratocaster.

Esistono anche chitarre costruite proprio intorno a questo concetto, tra cui spunta sempre Danelectro con i modelli Coral (in passato marchio indipendente) e Baby Sitar. Non sono pochi gli artisti che hanno ceduto alle lusinghe di questi ibridi, tra cui ricordiamo in particolare Steve Howe degli Yes e Steve Hacket dei Genesis; tuttavia questi modelli di chitarra-sitar sono scarsamente diffusi nel mercato, e relegati principalmente ai collezionisti.

 

Coral Sitar

La chitarra “Sitar” Coral, ora riprodotta da Danlectro (fonte: Reverb.com)

 

Terza opzione rimane l’effetto Ravish Sitar, recente invenzione di Electro Harmonix che processa il suono della chitarra ottenendo una versione piuttosto realistica del suono dello strumento indiano.

 

 

CONCLUSIONE

Forse il lettore avrà già chiaro che tutte queste caratteristiche rendono il sitar uno strumento non per tutti, con una personalità forte che vive poco di mezze misure: o lo ami o lo odi.

Il sitar è uno strumento che sovverte la maggior parte della nostra disciplina musicale, esortando il musicista a un approccio allo strumento che a tratti potrebbe risultare astratto, irrazionale. Eppure sono proprio questi i fattori su cui fa leva il fascino dello strumento, che porterà quindi a un cambio di prospettive che, come è valso per me, potrebbe portare importanti lezioni da portare con sè anche nel più quotidiano rapporto con le nostre chitarre.

Puoi vedere un mio video sul sitar a questo link.

 

Andy Cale

 

La mia band: www.theselfishcales.com

Canale Youtube: www.youtube.com/c/AndyCale

La mia collezione: https://www.theselfishcales.com/galleria/andy-guitar-collection/

 

 

 

TI E’ PIACIUTA QUESTA LEZIONE? CONDIVIDILA SUI SOCIAL NETWORK 

PER SUPPORTARMI E LASCIA UN COMMENTO QUI SOTTO!