ROCK HISTORY
di Simone Savasta
Cari Guitar-Nauti,
torna “Rock History”!
Simone Savasta ci parla infatti della gloriosa storia del rock con un’attenzione particolare alla dimensione live: scopriremo tutte le curiosità legate ai grandi concerti che hanno segnato la storia, visti sia sotto l’aspetto strettamente musicale che, perché no, nel contesto socio-politico in cui si sono svolti. Sarà come esserci stati 🙂 Buona Lettura! – Claudio.
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ROCK HISTORY: IL ROOFTOP CONCERT DEI BEATLES
di Simone Savasta
Londra, 30 gennaio 1969.
Per voi è una mattina come un’altra. Vi preparate per andare al lavoro o magari per andare a scuola, insomma la solita giornata. Fate due passi, avete tempo perché siete in anticipo, immersi fra i vostri pensieri, le vostre preoccupazioni, le ansie, le piccole gioie. Non avete la più pallida idea di quello che state per vivere: state per diventare gli spettatori di una giornata storica, indimenticabile.

Camminate su Savile Row Street, avete le mani in tasca nel vostro cappotto, testa china, sguardo per terra, schiacciate un mozzicone di sigaretta con le vostre scarpe; continuate a passeggiare con tutta la tranquillità del mondo mentre delle parole, “don’t let me down” per la precisione, vi entrano nelle orecchie, piano piano sempre più forte; sentite questa musica che vi ricorda qualcosa, ma ancora non capite… Ma sì, sono loro! I Fab Four! I Beatles!
Qualcuno sta ascoltando i Beatles, pensate, ma ancora non vi rendete conto.
Intanto siete arrivate al N3 e la musica è sempre più forte; non può essere una radio o un giradischi, non è musica registrata. Alzate la testa e… ebbene sì, vedete John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr con chitarre, basso e batteria, sul tetto di un palazzo. Non ci credete, fate qualche passo indietro e vi mettete sulle punte dei piedi per provare a vedere meglio e capire cosa stia succedendo.

Sono proprio loro, i Beatles, che verso l’ora di pranzo sorprendono Londra, gli uffici ed i lavoratori in pausa.
Dopo 3 anni di assenza (esattamente dall’agosto del ’66) sono tornati nel modo più sorprendente possibile. Tornati, però, per andarsene.
In quei mesi i Beatles stavano lavorando ad un progetto di nome “Get Back” ideato da McCartney, il quale voleva far tornare la band alle origini beat e rock dopo anni di sperimentazioni, ma le tensioni fra i quattro erano ormai alle stelle: Paul era l’unico che provava a tenere in piedi il gruppo, Lennon si trovava nel pieno della dipendenza da eroina mentre Harrison era sempre più frustrato dal fatto di non venir considerato allo stesso livello dei colleghi, meditando infatti di abbandonare il gruppo (cosa che farà il 10 gennaio del 69 per poi tornare solo 5 giorni dopo) per formarne uno nuovo con l’amico Eric Clapton.
Il concerto fu organizzato solo pochi giorni prima: doveva servire come scena aggiuntiva al film “Let it Be – Un giorno con i Beatles” diretto dal regista Michael Lindsay-Hogg. Le location proposte per l’esibizione erano varie ed assurde: l’anfiteatro romano di El Diem, il Grand Canyon, il Parlamento, la National Gallery, ma infine si optò per il tetto della Apple Records, sul quale i quattro di Liverpool salirono insieme all’organista Billy Preston.
Le condizioni meteo non erano le migliori. Faceva freddo, la nebbia era fitta e il pericolo di pioggia dietro l’angolo: fu infatti impossibile fare riprese dell’evento con l’elicottero e a causa del forte vento, per ridurre i rumori, si dovettero rivestire i microfoni con dei collant da donna.

I Beatles di certo non salirono sul tetto con molta sobrietà, infatti Harrison e Lennon indossavano una pelliccia, nera per il primo e marrone prestata dalla moglie Yoko Ono per il secondo, mentre Ringo indossò un impermeabile della moglie; McCartney invece si presentò con un abito più classico ed elegante. Il tutto si sposava perfettamente con gli strumenti utilizzati: una Telecaster (di cui venne prodotta una replica in edizione limitata da Fender Custom Shop) per Harrison, una Epiphone Casino per Lennon ed il classico basso Hofner per Paul.
L’evento durò circa 40 minuti, I Beatles registrarono tre versioni di Get Back, due di Don’t Let Me Down – di cui Lennon non ricordò il testo alla perfezione e cambiò qualche parola – e I’ve Got a Feeling, una di One After 909 e Dig a Pony, tutte inedite. Le ultime tre finirono nel disco Let It Be proprio nella versione registrata quel giorno. Il concerto finì quando Stephen King (omonimo del celebre scrittore), capo contabile della vicina Royal Bank of Scotland infastidito dall’alto volume, chiamò la polizia, la quale salì sul tetto per fermare la musica, e a distanza di anni ci si domanda ancora se l’intervento dei funzionari di polizia fosse organizzato o no; celebre è la seguente dichiarazione di Ringo Starr: “Sarebbe stato di grande effetto se i bobby ci avessero trascinato via con la forza, invece vennero li per chiederci gentilmente di spegnere tutto”.


Alla fine la folla che si era ammassata sotto al palazzo tornò alle sue normali attività; i tetti vicini che si erano riempiti di gente si svuotarono, e i Beatles salutarono Londra – e il mondo – con queste parole di John: “I’d like to say thank you on behalf of the group and ourselfes and I hope we passed the audition (Vorrei ringraziare a nome del gruppo e di noi stessi e spero che abbiamo superato l’audizione)”.
Al concerto assistettero solo poche decine di persone, del tutto ignare dell’importanza storica che questo evento assunse nel corso del tempo.
McCartney descrisse così quella giornata: “Fu molto divertente perchè eravamo all’aperto, che era inusuale per noi. Non suonavamo all’aperto da un sacco di tempo. Era una location molto strana, non c’era pubblico a parte Vicki Wickham e pochi altri. Stavamo suonando virtualmente per nessuno, solo per il cielo, era piuttosto bello.”

La loro musica segnò un’intera generazione, le loro canzoni furono una delle parti fondamentali del motore che diede vita alla rivoluzione culturale degli anni ’60 e ’70, dalla quale tutti, in un modo o nell’altro, deriviamo – musicalmente parlando. Si può discutere al lungo su quali fossero le capacità tecniche dei quattro di Liverpool (a parer mio indiscutibili), o sulle proprie preferenze musicali, ma la storia parla chiaro: per tutti gli anni Sessanta i Fab Four si impadronirono delle classifiche mondiali senza mai cedere il trono a nessuno. Ebbero la capacità, con le loro canzoni, di parlare direttamente ai giovani portandoli ad emanciparsi da una società che ormai stava loro troppo stretta.
E nel ’69, su quel tetto londinese, finirono di posare un tassello fondamentale della storia dell’uomo dandoci il loro specialissimo addio.
Simone Savasta
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