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ROCK HISTORY

di Simone Savasta

Cari Guitar-Nauti,

torna “Rock History”!

Simone Savasta ci parla infatti della gloriosa storia del rock con un’attenzione particolare alla dimensione live: scopriremo tutte le curiosità legate ai grandi concerti che hanno segnato la storia, visti sia sotto l’aspetto strettamente musicale che, perché no, nel contesto socio-politico in cui si sono svolti. Sarà come esserci stati 🙂 Buona Lettura! – Claudio.

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ROCK HISTORY: WOODSTOCK

di Simone Savasta

 

 

«Questa notizia è molto più grande di quanto pensa il Times».

Poche parole, che forse bastano a rendere l’idea di quello che accadde il 15 agosto 1969: questa è infatti la frase dell’unico reporter inviato dal New York Times al festival di Woodstock, chiedendo disperatamente al caporedattore di inviare altri colleghi in supporto.

Ci si aspettava “soltanto un altro grosso festival” ma invece fu tutt’altro: tre giorni di peace, love and rock music.

In un momento come questo, dove a causa dell’emergenza che stiamo vivendo siamo costretti a rinunciare al contatto con altre persone, ai concerti di musica dal vivo e ai grandi festival, l’unica cosa che possiamo fare è stare a casa rispettando le regole e provare a viaggiare con la mente e tornare a quel 15 agosto del 1969, il primo di quei tre giorni che sono entrati nella storia della musica.

Il festival nacque dalle menti di quattro promoter e imprenditori di New York: Michael Lang, Artie Kornfeld, Joel Rosenman, e John P. Roberts.

 

 

L’idea dei quattro newyorkesi non fu mai quella di organizzare il più grosso festival musicale che gli Stati Uniti avessero mai visto, quanto quella di seguire il modello di molti altri eventi rock che erano stati organizzati nell’estate precedente, per guadagnarci dei soldi.

L’organizzazione non partì di certo con il piede giusto. Le prime difficoltà si avvertirono nell’ingaggio di gruppi e artisti di prima scelta sul panorama internazionale, finché non riuscirono a convincere i Creedence Clearwater Revival, i quali accettarono la proposta di 10.000 dollari aprendo la strada ad altri ingaggi di alto livello.

Anche la scelta del posto non fu semplice: i quattro organizzatori si mossero prima sull’area nord-ovest di New York, ma residenti e proprietari terrieri si opposero.

La svolta avvenne quando incontrarono Max Yasgur, un ricco proprietario di terre a Bethel (New York), repubblicano e convinto sostenitore della guerra in Vietnam. Non sembra questa la descrizione di un uomo disposto a cedere la proprie terre a migliaia di hippie in nome di pace e amore, ma l’uomo pensò che il festival avrebbe potuto aiutare i suoi affari; secondo un’altra versione dei fatti, tratta dal memoir di Elliot Tiber Taking Woodstock, Yasgur si convinse solo dopo un compenso di 75.000 dollari; la promessa fatta all’uomo fu che i partecipanti non sarebbero stati più di 50.000.

 

 

A differenza di quello che credono in molti, il festival non fu gratuito, o almeno non lo fu per tutti, infatti dopo aver trovato il luogo furono messi in vendita i primi biglietti: erano disponibili solo in alcuni negozi di dischi di New York oppure si potevano comprare per corrispondenza in un ufficio postale della città tutti al prezzo di 18 dollari.

I biglietti venduti furono 168.000, sconfessando subito la promessa fatta a Max Yasgur, e gli organizzatori si convinsero che a presentarsi sarebbero stati in 200.000… insomma, il solito festival di musica rock.

 

 

Quel 15 agosto non era però un 15 agosto di un qualsiasi anno, era il 15 agosto del 1969, un anno diverso dagli altri: eravamo infatti nel vortice di una vera e propria rivoluzione culturale. Sono anni di fermento, di indipendenza, di emancipazione per migliaia di giovani stanchi di un sistema opprimente che non lascia spazio alle nuove generazioni, stanchi di una guerra straziante, inutile, che trucida ormai da tempo migliaia di giovani vite: la guerra del Vietnam.

 

È questo il contesto in cui ci troviamo, sono queste probabilmente le cause che hanno portato 500.000 giovani a presentarsi quella mattina del 15 agosto 1969.

Gli organizzatori si videro davanti una coda infinita di auto, migliaia di persone pronte a invadere le praterie di Bethel, le macchine furono lasciate dove si poteva in mezzo alla strada, la gente iniziò ad accamparsi sui prati in attesa del primo concerto.

Le autorità cominciarono a trasmettere comunicati allarmisti alla radio per scoraggiare le persone che si dovevano ancora mettere in viaggio, in parte riuscendoci. Gli organizzatori abbandonarono in fretta l’idea di chiedere 24 dollari di biglietto a chi non lo aveva preso in anticipo: Woodstock diventò un festival gratuito.

 

 

Immaginate di essere lì.

Avete appena abbandonato la vostra auto in mezzo alla strada, insieme ai vostri amici iniziate a incamminarvi – muniti di tenda e sacchi a pelo – verso il palco, verso un enorme prato. Davanti a voi c’è solo campagna e un’enorme massa di persone di cui fate parte anche voi. Non siete più soli, appartenete ormai a una comunità, tutti in marcia per lo stesso obiettivo: pace, amore e musica rock.

Il primo spettacolo iniziò alle 17:07, sul palco si sarebbero dovuti presentare i Sweetwater, i quali però furono fermati dalla polizia, dunque ad aprire il festival ci fu Richie Havens con High Flyin’ Bird.

Dopo arrivarono finalmente gli Sweetwater dalle 19:30 alle 20:10, toccò poi a Country Joe McDonald, a John Sebastian fino all’attesissima Joan Baez, che salì sul palco mentre era al sesto mese di gravidanza e chiuse il primo giorno del festival con We Shall Overcome.

 

 

Il secondo giorno di musica iniziò alle 12:15 con l’esibizione dei Quill.

Gli ospiti più attesi di quella giornata furono sicuramente un giovanissimo Carlos Santana, che salì sul palco con una Gibson SG verso le due del pomeriggio e quella sera lo seguirono alcune delle più grandi band degli anni Sessanta, dai Canned Heat ai Grateful Dead fino ai Creedence Clearwater Revival.

Nella notte si esibì Janis Joplin, e verso le 4 del mattino iniziarono a suonare i The Who, i quali ebbero dei litigi con gli organizzatori riguardo la paga. L’esibizione venne brevemente interrotta da Abbie Hoffman, poi scaraventato giù dal palco da Pete Townshend a colpi di chitarra.

 

 

Arrivati al terzo e ultimo giorno, mentre sul palco si davano il cambio artisti di grandissimo prestigio, sotto di esso si erano riunite ormai almeno 500mila persone in uno spazio adibito ad ospitarne meno della metà.

C’era parecchio fango causato dalle piogge dei giorni precedenti, ma scarseggiavano beni alimentari e bagni. Tutto sembrava andare a rotoli, ma alla fine gli organizzatori riuscirono a rimediare, trasportando cibo e beni di prima necessità con gli elicotteri.

 

 

Quella mattina però il governatore dello stato di New York chiamò gli organizzatori minacciandoli di inviare sul posto 10.000 agenti della guardia nazionale, ma all’ultimo ebbe un ripensamento.

L’ultima sessione di concerti iniziò verso le due del pomeriggio quando salì sul palco Joe Cocker seguito dai Ten Years After, The Band, Johnny Winter e Crosby, Stills, Nash & Young.

A mezzanotte sarebbe dovuto salire sul palco uno degli artisti più importanti e attesi. Questi però, dopo aver spinto molto per essere l’ultimo ad esibirsi, decise di salire sul palco solo alle 9 del mattino del giorno successivo. Il popolo di Woodstock nel frattempo passò da 500.000 a 30.000: furono così in pochi, rispetto all’iniziale pubblico, ad assistere al concerto di Jimi Hendrix.

 

 

Giacca bianca ornata di perline, blue jeans, catenine d’oro al collo e una fascia rossa in testa: così si presentò Jimi sul palco, senza dimenticare la sua Fender Stratocaster bianca.

Prima del concerto Hendrix fu scosso dall’abbandono della band da parte del bassista Noel Redding, che fu frettolosamente rimpiazzato da Billy Cox.

A causa degli ultimi eventi e della quantità di pubblico davanti al quale avrebbe dovuto esibirsi Jimi non dormiva da tre giorni, ma nonostante la stanchezza quando salì sul palco fu abbastanza lucido da correggere lo speaker che presentò la band come The Jimi Hendrix Experience: «Abbiamo deciso di cambiare tutto e di chiamare la band Gypsy Sun and Rainbows. Per farla breve, prendeteci un po’ come un gruppo di gypsy!».

Fu quindi la chitarra più iconica della storia della musica a chiudere Woodstock. Una chitarra tutt’altro che perfetta, una chitarra distruttiva, tagliente, esplosiva, una chitarra che tutti ricorderanno: unì un’intera generazione di giovani che protestava contro la guerra del Vietnam e diventò il simbolo di un’epoca, un pezzo di storia degli Stati Uniti, e della musica mondiale.

Hendrix ricorderà con queste parole i giovani che parteciparono a Woodstock: «Se un genitore ha a cuore i propri figli dovrebbe conoscere la musica che ascoltano. Il ruolo della musica è fondamentale in quest’epoca… è necessario prenderne coscienza. La musica è più forte della politica. Agli occhi dei ragazzi noi musicisti diventiamo un punto di riferimento, molto più in fretta di quanto faccia il presidente coi suoi discorsi. Ecco perché a Woodstock erano tantissimi».

Insomma, Woodstock fu sicuramente un disastro organizzativo, con numerosissimi problemi, ma fu anche un miracolo: la musica al centro di un’epoca, un cuore che ancora batte.

 

 

Simone Savasta

 

 

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